Ad oggi sembrerebbe che stia per passare una legge che equipara i cavalli, fino ad ora considerati animali da reddito per lo Stato, agli altri animali d’affezione, come cani e gatti. Questo significherebbe, di fatto, uno stop alla macellazione e al consumo di carne equina, anche quella importata da altri paesi.
Questa ipotesi parlamentare, che io pensavo venisse accolta come una forma di civiltà capace di mettere il nostro paese sullo stesso piano di altri che hanno già preso questa decisione come la Grecia, sta invece generando da noi molte polemiche.
Ovviamente, come accade spesso per le questioni che toccano la quotidianità delle persone, in molti si oppongono con la motivazione di non voler rinunciare a quella che definiscono una loro “abitudine alimentare”.
Non credo ci sia bisogno di dirvi che personalmente sarei felice se finalmente nel nostro paese non si mangiassero più gli equini, animali che quotidianamente riempiono di gioia la mia vita e quella di molte altre persone. Tuttavia mi rendo conto che il mio pensiero, da solo, non serve e che è giusto provare a spiegare perché considero sbagliato allevare per poi macellare animali che, nel corso della storia, hanno fatto davvero una grande differenza per noi esseri umani.
Dopo essermi documentata, penso sia giusto iniziare facendo qualche considerazione sul consumo di carne equina qui da noi in Italia.
La carne di cavallo e di asino è ormai una carne di nicchia, perché solo il 17% degli italiani la consuma saltuariamente, anche se il nostro paese rimane tra quelli europei dove questo tipo di carne è storicamente più diffuso. Ci sono regioni in cui trovarla nel menu dei ristoranti è ancora piuttosto facile, come Puglia, Sicilia e alcune zone del Piemonte.
L’83% degli italiani, però, non la consuma affatto e in molti casi, compreso il mio, il solo pensarci provoca un forte disagio.
Ricordo, ad esempio, di essermi seduta al tavolo di un ristorante in Sicilia e di essermene andata poco dopo aver letto sul menù la voce “straccetti di puledro”. Neanche cavallo, ma puledro!!!
La carne equina consumata in Italia, per la maggior parte, non proviene da cavalli allevati nel nostro paese. Il calo progressivo della richiesta negli ultimi anni ha, infatti, contribuito a ridurre drasticamente anche il numero degli allevamenti di cavalli destinati alla macellazione e di macellerie equine. La carne viene quindi importata, sia sotto forma di animali vivi, che affrontano lunghi viaggi per raggiungere i macelli italiani, sia come carne già lavorata, spesso congelata.
I paesi da cui provengono questi animali o la loro carne sono soprattutto paesi dell’Europa dell’Est, come Romania e Polonia, ma anche Spagna, Francia e alcune nazioni del Sud America, in particolare Argentina, Uruguay e Brasile.
Prima di parlare del risvolto psicologico di chi, come me, vede i cavalli come compagni di vita, vorrei soffermarmi sulle caratteristiche della carne equina e sui suoi valori nutrizionali.
Nel corso della mia vita ho sentito spesso dire da chi la consuma abitualmente che questa scelta sarebbe giustificata dalle sue particolari proprietà nutrizionali. In realtà la carne equina non è affatto indispensabile dal punto di vista nutrizionale e la filiera presenta alcune criticità da non sottovalutare.
Si tratta di una carne magra, ricca di proteine e con un buon contenuto di ferro e vitamine del gruppo B. In passato veniva frequentemente consigliata in caso di anemia o durante la crescita di bambini pallidi e magri, soprattutto per la sua digeribilità e per la presenza di ferro facilmente assorbibile.
Tuttavia oggi sappiamo che queste caratteristiche non sono esclusive, il contenuto di ferro è paragonabile a quello di altre carni rosse e può essere facilmente sostituito all’interno di una dieta equilibrata.
Anche dal punto di vista economico la carne di cavallo non rappresenta una scelta particolarmente vantaggiosa. Costa generalmente più della carne suina e del pollo e spesso anche più della carne bovina, con in più l’incertezza legata alla provenienza.
La filiera equina, infatti, essendo spesso basata su importazioni e su catene di approvvigionamento internazionali, può presentare criticità legate alla tracciabilità, come dimostrato in passato da alcuni casi di frode alimentare. Si tratta quindi di un prodotto di nicchia, con costi più elevati legati alla limitata disponibilità e a una filiera ormai ridotta.
Per chi teme che una legge di questo tipo impedirebbe di gestire i cavalli sportivi a fine carriera, è importante ricordare che il consumo di carne equina in Italia è sempre meno legato al destino dei cavalli sportivi e sempre più a una filiera internazionale, spesso poco conosciuta dal consumatore.
Esistono purtroppo anche episodi di macellazione clandestina, che coinvolgono cavalli non destinati alla produzione alimentare (NON DPA) e animali di provenienza incerta, spesso rubati. Chi teme che una legge di questo tipo possa favorire il proliferare di queste realtà illegali può avere qualche ragione, ma è proprio qui che lo Stato dovrebbe intervenire con controlli mirati da parte delle autorità sanitarie e dei NAS.
Lo scandalo europeo del 2013, che rivelò la presenza di carne equina non dichiarata in prodotti a base di carne bovina (pasta ripiena soprattutto), mise in evidenza una criticità strutturale delle filiere internazionali, la difficoltà di garantire una tracciabilità completa lungo catene di approvvigionamento molto lunghe e complesse.
In alcuni casi furono rilevati anche residui di farmaci non autorizzati per animali destinati al consumo umano.
Il problema principale, a mio avviso, non è tanto la macellazione degli equini in sé, quanto ciò che questa filiera comporta, lunghi trasporti in condizioni inaccettabili che molti cavalli devono affrontare prima di raggiungere il macello che spesso si rivela un vero lager (come ampiamente dimostrato da associazioni come Essere Animali, Animal Equality o Italian Horse Protection) e una catena di approvvigionamento che può presentare diverse criticità.
A questo punto è inevitabile affrontare anche il punto di vista etico.
Negli ultimi decenni la percezione sociale del cavallo è profondamente cambiata. Se per secoli questi animali hanno accompagnato l’uomo nei trasporti, nel lavoro agricolo e persino nelle guerre, oggi i cavalli fanno parte della nostra quotidianità in modo diverso, partecipano alle attività sportive, sono coinvolti nella riabilitazione con l’ippoterapia e spesso diventano veri e propri compagni di vita.
Per chi vive quotidianamente con questi animali, proprietari, allevatori e veterinari come me, il cavallo non rappresenta più soltanto una risorsa produttiva, ma un individuo con cui si costruisce una relazione nel tempo.
Il cambiamento culturale è già in atto.
La vera sfida non è alimentare, ma riguarda la responsabilità verso un animale che da secoli cammina accanto all’uomo.
Il futuro dei cavalli dopo l’abolizione della macellazione si giocherà sempre di più sulla sensibilità e la capacità della società di farsi carico dei cavalli a fine carriera in modo sostenibile e coerente.