Puledri in lavoro già a due anni: è davvero troppo presto?

Puledri in lavoro

Lo ammetto: per molti anni anch’io ho guardato con grande scetticismo all’idea di mettere un puledro al lavoro a soli due anni di età. Da veterinario, e soprattutto osservando alcuni puledri Quarter Horse quando ero più giovane e ancora montavo in reining, ho spesso avuto la sensazione che fosse una eccessiva forzatura, quasi un abuso a cui ho dovuto sottostare anch’io molti anni fa, quando la mia Peppina a 3 anni vinse il Futurity. In diversi casi mi è capitato di vedere cavalli ai quali venivano richieste prestazioni molto impegnative senza una preparazione realmente progressiva e rispettosa dei tempi di adattamento del loro organismo. Questo ha inevitabilmente influenzato il mio modo di affrontare l’argomento.

Cavalli da corsa e Quarter Horse sono tra i cavalli che vengono domati prima

Negli ultimi anni, però, lavorando sempre più a stretto contatto con il mondo del trotto, ho avuto modo di osservare una realtà diversa. Ho scoperto che, almeno negli ambienti in cui lavoro quotidianamente, la preparazione dei puledri non è semplicemente finalizzata a farli gareggiare il prima possibile, ma a costruire atleti solidi, capaci di affrontare il lavoro e le competizioni anche da molto giovani, senza compromettere il proprio futuro sportivo.
Questo non significa che tutto venga fatto sempre nel modo corretto, né che non esistano errori o eccessi. Significa però che ho imparato a distinguere il concetto di lavoro precoce da quello di lavoro eccessivo.
Sono due cose profondamente diverse. Un programma di allenamento studiato per accompagnare gradualmente lo sviluppo del giovane cavallo non può essere messo sullo stesso piano di richieste atletiche sproporzionate rispetto alla maturità fisica del puledro.
È stata proprio questa esperienza a spingermi ad approfondire la letteratura scientifica sull’argomento.

E, con mia sorpresa, ho scoperto che molte delle evidenze oggi disponibili raccontano una storia più complessa di quanto immaginassi.
Mi sono resa conto che molte convinzioni diffuse soprattutto tra chi vede abusi sui cavalli in ogni angolo, non trovano un reale riscontro nelle evidenze scientifiche disponibili.

Numerosi studi pubblicati negli ultimi decenni hanno infatti dimostrato che l’avvio di un programma di allenamento progressivo durante la crescita non è di per sé controindicato. 
Al contrario, l’apparato muscolo-scheletrico dei puledri risponde agli stimoli meccanici adattandosi: l’osso aumenta la propria resistenza, mentre tendini, legamenti e cartilagini sviluppano caratteristiche più adatte a sostenere l’attività atletica.
L’obiettivo, quindi, non è anticipare le prestazioni, ma accompagnare la maturazione del puledro con un lavoro proporzionato alla sua età biologica e alle sue capacità.

Iniziare la doma presto aiuta a sviluppare cavalli che si formino per diventare degli sportivi

Un puledro destinato a diventare un atleta non può sviluppare un apparato locomotore forte ed efficiente vivendo esclusivamente al pascolo fino ai quattro o cinque anni per poi iniziare improvvisamente un allenamento, magari anche eccessivamente intenso. Questo non significa che tutti i puledri debbano essere allenati precocemente o che qualunque programma di lavoro sia corretto. Significa piuttosto che, secondo le conoscenze scientifiche attuali, il problema non è l’età anagrafica del cavallo, ma il modo in cui viene costruito il suo percorso di crescita atletica. La vera sfida consiste nel trovare il giusto equilibrio tra sviluppo biologico, preparazione fisica e tutela del benessere dell’animale.

Il lavoro, se leggero e progressivo, può iniziare anche se le fisi non sono ancora perfettamente ossificate

Un altro tema spesso citato riguarda le fisi, ovvero le cartilagini di accrescimento ancora aperte. È vero che a due anni alcune fisi, in particolare la fisi distale del radio, possono non essere ancora completamente chiuse. La letteratura scientifica ha però dimostrato che questo dato, preso isolatamente, non rappresenta una controindicazione assoluta all’inizio di un programma di lavoro graduale. Una fisi aperta indica che l’osso è ancora in crescita, ma non significa automaticamente che sia incapace di sopportare un certo carico di lavoro. Ancora una volta, non è la singola radiografia a stabilire se un puledro sia pronto per iniziare a lavorare, ma la valutazione complessiva del soggetto, della sua maturazione, del suo stato di salute e del tipo di preparazione che gli verrà richiesta.

Questa evoluzione delle conoscenze ha influenzato anche il mondo di molti cavalli sportivi fisiologicamente meno precoci. Se per molti in passato era frequente rimandare la doma fino ai quattro o addirittura cinque anni, oggi la tendenza è quella di iniziare il lavoro intorno ai tre anni anche per i cavalli da equitazione.
Naturalmente in questi casi non si parla di richiedere prestazioni agonistiche a un cavallo ancora in crescita, ma di avviare un percorso di educazione e preparazione atletica graduale. L’obiettivo è permettere al giovane cavallo di sviluppare progressivamente equilibrio, coordinazione, forza e capacità di adattamento, costruendo le fondamenta su cui si svilupperà il cavallo adulto.
Questo equilibrio è però estremamente delicato. Se il carico di lavoro è eccessivo rispetto al grado di maturazione del puledro, l’organismo sarà costretto a destinare gran parte dell’energia ottenuta dai nutrienti introdotti con l’alimentazione al sostegno dell’attività fisica e ai processi di recupero, sottraendoli ai normali processi di accrescimento. In queste condizioni sarà inevitabilmente la crescita a risentirne. 
È proprio per questo che un programma di allenamento deve essere attentamente calibrato sul singolo soggetto: 

lo scopo non è chiedere troppo e troppo presto, ma fornire uno stimolo sufficiente a favorire l’adattamento dei tessuti senza interferire con il fisiologico sviluppo dell’organismo.
Personalmente, quando parlo di lavoro, considero anche tutte quelle esperienze che entreranno a far parte della quotidianità sportiva di ogni cavallo atleta: imparare a essere gestito dall’uomo, viaggiare con serenità, adattarsi a scuderie diverse, affrontare ambienti nuovi e partecipare alle prime trasferte. Un cavallo che viene educato gradualmente a queste situazioni svilupperà maggiore sicurezza, equilibrio e capacità di adattamento, competenze che lo accompagneranno per tutta la carriera sportiva.

Imparare a viaggiare da giovani è importante perché diventi per loro un'attività "normale"

Un’altra cosa importante tenere in considerazione che questi soggetti sono ancora puledri e hanno ancora bisogno di socializzare con i loro simili e di trascorrere del tempo in libertà al paddock. Il lavoro non deve quindi sostituire le esigenze etologiche di base, ma integrarsi con esse, evitando una gestione esclusivamente in box o focalizzata solo sull’allenamento.
Per i puledri che invece, a causa di problemi di salute, carenze nutrizionali o altre condizioni che ne hanno rallentato l’accrescimento durante il primo anno di vita, risultano meno sviluppati rispetto ai loro coetanei, bisogna pensare a percorsi diversi. In questi soggetti l’età anagrafica non può essere l’unico criterio per decidere quando iniziare il lavoro. La priorità deve essere individuare e risolvere la causa del ritardo di crescita, permettendo all’organismo di recuperare una condizione ottimale. La letteratura scientifica descrive infatti una notevole capacità di crescita compensatoria (catch-up growth): molti puledri, una volta eliminata la causa che ne ha limitato lo sviluppo, sono in grado di recuperare in parte o completamente il ritardo accumulato, avvicinandosi al loro potenziale genetico. 

Puledri che hanno avuto problemi nella crescita dovrebbero poter iniziare il lavoro solo quando il fisico pronto a sostenerlo

Nella mia attività clinica mi è capitato più volte di incontrare puledri che, soprattutto a causa di patologie croniche, hanno rallentato la loro crescita, risultando nettamente meno sviluppati rispetto ai loro coetanei. Sarebbe certamente impensabile applicare a questi soggetti gli stessi programmi di preparazione previsti per un puledro sano e correttamente sviluppato.
È proprio questo il motivo per cui ritengo che l’età non possa mai essere l’unico criterio decisionale.
Un cavallo di due anni perfettamente cresciuto, clinicamente sano e seguito con un programma di lavoro progressivo può essere molto più pronto ad affrontare l’attività rispetto a un coetaneo che, pur avendo la stessa età o essere addirittura più grande, porta ancora le conseguenze di un problema che ne ha rallentato lo sviluppo.

La medicina veterinaria non dovrebbe mai ragionare per categorie, ma per individui. Ed è questa, probabilmente, la più grande differenza tra applicare rigidamente una regola e costruire un percorso realmente rispettoso del cavallo.

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