Ogni anno, prima dell’inverno, scrivo un pezzo per sensibilizzarvi sull’importanza delle vaccinazioni nei cavalli.
Queste rimangono infatti la migliore strategia per prevenire le malattie infettive e migliorare il benessere e la qualità della vita dei nostri animali.
Non è certo un argomento “leggero”, e trovare ogni volta parole nuove per renderlo interessante è una sfida.
Quest’anno ho deciso di affrontarla da una prospettiva diversa, raccontando un po’ di quella storia che da sempre mi appassiona, il ruolo delle malattie infettive nella storia dell’umanità e, di riflesso, degli animali che vivono al nostro fianco, cavalli compresi ovviamente.
Le malattie infettive sono state una piaga costante per il genere umano fino a tempi relativamente recenti.
Gran parte della storia è stata scritta proprio dall’andamento delle epidemie che, con la nascita degli agglomerati urbani, hanno assunto un ruolo sempre più determinante nella vita e nella morte delle popolazioni.
In epoca neolitica (circa 8000–9000 anni a.c.), con l’avvio dell’agricoltura e dell’allevamento, l’uomo ha iniziato a convivere stabilmente con gli animali.
Questa nuova vicinanza ha permesso a virus e batteri di sviluppare mutazioni in grado di compiere il cosiddetto “salto di specie”, così sono nate molte zoonosi, malattie trasmissibili dagli animali all’uomo.
Paradossalmente, in epoca preistorica, quando gli uomini vivevano in piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori isolati, l’aspettativa di vita era in alcuni casi più alta di quella di un londinese povero dell’Ottocento: non avevano antibiotici, ma nemmeno vivevano ammassati in città senza fognature, nutrendosi male e lavorando in condizioni insalubri.
Oggi molti di noi non hanno la minima idea di cosa significasse vivere ai tempi del vaiolo, della peste o del colera.
Malattie che per secoli hanno decimato intere popolazioni.
Anche la tubercolosi, che nei Paesi industrializzati è ormai un lontano ricordo, resta oggi la seconda malattia infettiva più letale al mondo, dopo il Covid-19.
Nel nostro Paese la mortalità infantile è rimasta altissima fino a tempi recenti: ancora negli anni ’50 del Novecento, in alcune aree rurali del Sud Italia, moriva un bambino su tre.
Il caso di Matera è emblematico: la vita nei “Sassi”, in condizioni di estrema povertà e promiscuità, portava la mortalità infantile a sfiorare il 40%. Solo quando le famiglie furono trasferite in abitazioni più sane la situazione cominciò a migliorare.
Quando leggo queste storie, penso a quanto la vita, prima dell’avvento della scienza moderna, fosse una vera corsa a ostacoli.
Senza vaccini, senza antibiotici, senza conoscenze sui meccanismi delle malattie, sopravvivere era una questione di fortuna.
La famiglia del nonno di mia madre, ad esempio, era benestante, ma l’influenza “spagnola” del 1918–1920 portò via più della metà dei suoi ventuno fratelli.
È passato appena un secolo.
Nei libri di storia si raccontano guerre vinte o perse per la bravura dei generali o la forza degli eserciti, ma raramente si dice che virus e batteri hanno spesso deciso le sorti dei conflitti.
Durante le campagne napoleoniche, ad esempio, migliaia di soldati morirono di colera e tifo più che in battaglia.
La pandemia di Covid-19 ci ha ricordato una verità che molti avevano dimenticato: di fronte alle malattie infettive non siamo mai del tutto al sicuro.
Oggi abbiamo armi potenti, scienza, medicina, vaccini, ma dobbiamo continuare a usarle con intelligenza.
I vaccini non sempre impediscono il contagio, ma riducono drasticamente la gravità dei sintomi e salvano vite.
Purtroppo, le campagne di disinformazione hanno spinto molti a sottovalutarne l’importanza o a temerli.
Ecco perché amo raccontare queste storie: perché ricordare da dove veniamo ci aiuta a comprendere quanto dobbiamo alla scienza.
I vaccini restano una delle conquiste più straordinarie della storia umana, che ha permesso a noi, e ai nostri animali, di vivere più a lungo e meglio.
L’allungamento della vita media e l’esplosione demografica dell’ultimo secolo si devono, in gran parte, proprio a loro.
Vaccinare gli animali che vivono con noi — cavalli, cani, gatti — non serve solo a proteggerli da malattie potenzialmente letali, ma anche a impedire la circolazione di patogeni che potrebbero colpire soggetti immunodepressi o compiere nuovi salti di specie.
Per quanto riguarda gli effetti collaterali, va fatta una riflessione:
ogni sostanza che assumiamo, per bocca o per iniezione, può avere conseguenze, positive o negative.
Vaccinare gli animali che vivono con noi — cavalli, cani, gatti — non serve solo a proteggerli da malattie potenzialmente letali, ma anche a impedire la circolazione di patogeni che potrebbero colpire soggetti immunodepressi o compiere nuovi salti di specie.
Per quanto riguarda gli effetti collaterali, va fatta una riflessione:
ogni sostanza che assumiamo, per bocca o per iniezione, può avere conseguenze, positive o negative.
Nei vaccini, i benefici superano di gran lunga i rischi, ma è normale che, in rarissimi casi, possano verificarsi reazioni avverse.
Penso spesso al coraggio di chi, a fine ’700, sperimentava su sé stesso il processo di immunizzazione, inoculandosi il materiale delle pustole di chi aveva il vaiolo, pur sapendo di rischiare la vita.
Poi si scoprì che le mungitrici, giovani donne impiegate nelle fattorie per la mungitura delle vacche, non si ammalavano di vaiolo umano, pur essendo spesso contagiate da una forma simile ma molto più lieve che colpiva le bovine, il vaiolo vaccino (Cowpox).
Da questa osservazione nacque l’intuizione di Edward Jenner, medico inglese che nel 1796 sviluppò il primo vero vaccino, parola che deriva appunto da vacca, in latino, segnando l’inizio della moderna immunologia.
È vero, oggi il settore dei vaccini è un’enorme industria, che vale oltre 60 miliardi di dollari l’anno, e questo può infastidire chi la vede solo come un business.
Ma dobbiamo anche ricordare che sul pianeta vivono oltre otto miliardi di persone, e solo le grandi aziende hanno la capacità logistica per produrre e distribuire vaccini su larga scala.
Purtroppo, non tutti ne beneficiano: nei Paesi più poveri mancano ancora le immunizzazioni di base.
Durante la pandemia, ad esempio, il vaccino anti-Covid in Africa arrivò in quantità minime, nonostante avrebbe potuto salvare milioni di vite.
Per fortuna, gli africani sembrano essere stati meno suscettibili ai sintomi gravi del virus.
Alcuni studi hanno infatti suggerito che sequenze genetiche ereditate dai Neanderthal, presenti solo in una piccola percentuale della popolazione europea (circa l’1–2%), aumentano il rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19.
Queste sequenze, che influenzano la risposta immunitaria, non sono invece presenti nella popolazione africana, il che spiegherebbe la minore incidenza di casi severi nel continente.
In molti giovani apparentemente sani di origine europea, la risposta immunitaria eccessiva, una vera e propria “tempesta di citochine”, è risultata fatale, fino a quando non si è compreso il meccanismo e si è intervenuti tempestivamente.
Mi piace pensare che raccontando tutto questo possa sensibilizzare qualcuno.
So che i cavalli sportivi che curo sono regolarmente vaccinati, perché altrimenti non potrebbero gareggiare, ma tanti altri, per incuria o per costi, non ricevono neppure le vaccinazioni di base.
So che i cavalli sportivi che curo sono regolarmente vaccinati, perché altrimenti non potrebbero gareggiare, ma tanti altri, per incuria o per i costi, non ricevono neppure le vaccinazioni di base. Come veterinario, spero che ogni animale che vive con noi abbia accesso alle cure e alla prevenzione di cui ha bisogno.
Come donna, spero che chi si oppone ai vaccini smetta di ostacolare la scienza che salva le vite, umane e animali.