Quando con il tempo si acquista fiducia

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Una volta, molti anni fa, il caporazza di un noto allevamento di trottatori mi disse che le cavalle solitamente non partoriscono quando piove. Io per molto tempo ho fatto tesoro di questo suo convincimento, per poi tirare le somme e valutare che non è poi del tutto vero, soprattutto quando parliamo di cavalle abituate a partorire in un luogo protetto come la scuderia. Certamente le cavalle possono, nei limiti, controllare e dare il via alla prima fase del parto, quella che avviene prima che perdano le acque, quando il puledro si posiziona per uscire, nel momento in cui si sentono più sicure, ma quelle scuderizzate sono sicuramente meno influenzate dagli agenti atmosferici esterni e dagli stimoli ambientali, come rumori anomali o la presenza di persone o animali sgraditi. Anni fa io e Mido (il ragazzo che lavora con me), abbiamo fatto nascere un puledro mentre fuori c’era una vera bufera: pioveva così forte che era andata via la luce a tutto il paese, non vi dico che brutta situazione. 

Quando piove e la luce manca in tutto il circondario il buio è veramente spiazzante, non si vede davvero nulla e bisogna usare per forza le torce per rendersi conto di cosa stia avvenendo, perdendo però quella visione d’insieme che in questi casi è di grande aiuto. Come se non bastasse il puledro faceva fatica ad alzarsi e in quel buio facevamo noi fatica a capire che problema avesse. Era contratto sugli anteriori e abbiamo dovuto faticare molto per aiutarlo.
E poi la leggenda dice che le cavalle vengono influenzate dalla luna. Questo è in parte vero, ma solo in parte.

C'è chi sostiene che il parto delle cavalle sia influenzato dalla luna

La luna ha un’influenza sull’acqua e dunque sulle maree, come tutti sappiamo.
Dunque sarebbe ragionevole pensare che possa influenzare anche il liquido nel sacco che contiene il puledro, il sacco amniotico.
E quando la luna non è visibile perché tutta nera?
In quel caso credo si tratti più che altro della necessità ancestrale delle cavalle di partorire quando fuori è più buio, così da avere più tempo possibile per partorire e avere il puledro ben saldo sulle gambe per scappare, prima che un predatore se ne accorga.

Nella preistoria per i cavalli avvicinarsi all'uomo significava morte certa

Sono molte le impressioni che allevatori grandi e piccoli si fanno relativamente ai parti delle loro cavalle, ma quello che non bisogna scordarsi è che l’intervento umano, nell’allevamento degli equini, ha decisamente modificato la loro capacità di adattamento all’ambiente e le loro abitudini ancestrali, che per milioni di anni gli hanno permesso di proteggere sé stessi e la loro prole dai predatori, sia animali che umani.
Le cavalle in natura oltre a mantenere una stretta vigilanza sull’ambiente circostante, tendono a partorire in luoghi che considerano sicuri, circondate dal cosiddetto gruppo di protezione

un insieme di altre cavalle con i loro puledri che si guardano sempre le spalle a vicenda, offrendo alle loro compagne un supporto fondamentale, soprattutto nei momenti in cui sono obbligate ad abbassare la guardia.
Come sappiamo i cavalli sono animali molto antichi, hanno circa 55 milioni di anni, ma il loro addomesticamento è avvenuto molto di recente, in epoca neolitica, tra i 3500 e i 4000 anni fa. Da allora, i cavalli allevati dall’uomo, che oggi sono la maggioranza di quelli presenti sul pianeta, hanno progressivamente affievolito molte delle loro caratteristiche ancestrali legate soprattutto alla necessità di sopravvivere nell’ambiente in cui vivevano.

I cambiamenti che hanno subito nel corso del tempo li hanno resi più confidenti con l’uomo, che non è più solamente il nemico che li caccia per poi mangiarseli, ma qualcuno che, assolutamente per interesse intendiamoci, ne regola la vita e la riproduzione offrendogli in cambio protezione, riparo e cibo. Tutto questo per ribadire che i cavalli che conosciamo oggi non sono gli stessi di un tempo e di conseguenza dobbiamo nei loro confronti svolgere obbligatoriamente un’azione protettiva. In passato, nei momenti di difficoltà come può essere un parto in condizioni disagiate, se la sono sempre cavata da soli, circondati dal loro branco, e se il puledro non sopravviveva, la sua perdita rientrava nella fisiologica spietatezza della natura.

Oggi, i nostri cavalli “sportivi” hanno decisamente bisogno di attenzioni diverse da parte nostra, sia nel momento del parto che nei momenti successivi ad esso, per seguire il puledro nelle prime ore di vita, momento estremamente delicato per loro. I puledri, infatti, per poter sopravvivere hanno bisogno di assumere il colostro entro 2 ore dalla nascita, e lo zampino degli umani nel loro allevamento fa in modo che questo accada quasi sempre mettendo in secondo piano ciò che con il tempo li ha resi meno adattabili, condizionandone molto il grado di sopravvivenza.

Dunque, le fragilità che hanno le fattrici e i loro puledri devono essere controllate dall’intervento umano, così da limitare al massimo le perdite. Distocie, puledri poco vitali che prendono il colostro in ritardo e molte altre problematiche rare ma che possono comunque capitare, si possono gestire se si segue il parto con attenzione, in un ambiente riparato e controllato. Ieri sera ho dovuto addormentare un’asina che con una distocia in atto già da molte ore, malgrado il puledro sia in qualche modo uscito (non oso pensare come), ha portato lei ad un grave shock dovuto probabilmente alla rottura dell’utero. Era difficilmente valutabile perché quando sono arrivata l’asina era a terra e non siamo riusciti a farla alzare con niente.

Le zebre africane sono degli animali poco abituati alla presenza dell'uomo

Negli ultimi anni sono state importate diverse zebre in Europa dall’Africa e su di loro, animali arcaici che non hanno ancora subito una vera e propria domesticazione, intervenire come facciamo oggi sui cavalli e sugli asini diventa una questione molto complessa. Per le zebre nate in cattività è invece più facile creare un rapporto di fiducia con l’uomo anche se per arrivare al grado di sintonia che abbiamo con i cavalli la strada è ancora lunga, dato che hanno ancora molto accesi gli istinti naturali di sopravvivenza.

In Africa, durante la stagione dei parti, ci sono distese a perdita d’occhio con migliaia e migliaia di zebre e di gnu con i loro piccoli: in quel numero la perdita di qualche puledro è da considerarsi fisiologica.
Se non ci fosse stata un’evoluzione dei cavalli legata al loro addomesticamento, non sarebbe possibile intervenire per ingravidare le cavalle e aiutarle a partorire perché, assolutamente in buona fede, non ci vorrebbero vicino e tenterebbero di ammazzarci pur di tenerci lontano dai loro neonati, esattamente come farebbero le zebre.

Quindi, anche per i più fanatici di un’ipotetica gestione naturale, lasciare una cavalla, magari da sola in un paddock a partorire, non è mai una buona idea. I rischi di insuccesso, infatti, si moltiplicano esponenzialmente e quando si è speso per una monta di qualità e si tiene al nascituro, la sua perdita o addirittura la perdita di entrambi, mamma e puledro, come è successo all’asina, può rivelarsi un vero dramma.

I puledri devono mangiare entro 2 ore dalla nascita

Bisognerebbe avere sempre ben chiare le varie fasi del parto per intervenire solo quando è necessario per dare una mano alla cavalla, magari avvalendosi di una telecamera (ce ne sono in commercio di economiche e molto adatte a questo uso).
Le cavalle abituate alla presenza dell’uomo sono generalmente contente di farsi aiutare perché si sentono supportate e meno sole. Per i puledri invece l’intervento dell’uomo è fondamentale per fare in modo che si alzino e prendano il colostro nei tempi giusti.

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