Se il Cushing non è più controllabile

Svezzamento puledri

Chi convive con i cavalli o occupa gran parte del proprio tempo in loro compagnia, è abituato a vederli attivi e giovanili per diversi anni, anche dopo la fine della loro carriera agonistica. A meno che non si tratti di cavalli molto anziani, siamo mentalmente più abituati a perderli per cause acute, come le coliche o le laminiti gravi che per malattie vere e proprie. Ci sono infatti delle patologie metaboliche, legate il più delle volte all’avanzare dell’età, che in maniera subdola e lenta li conducono ad avere una qualità della vita talmente scarsa che anche il meno propenso dei proprietari è portato a scegliere per loro un fine vita dignitoso. E non parliamo di cavalli vecchissimi ma di cavalli che, anche se non sono più dei ragazzini, ai nostri occhi sono ancora belli e pieni di vita. Questo è successo ad Exalma, la cavalla trotter ventunenne di una mia cara amica, che abbiamo dovuto salutare pochi giorni fa per non essere riusciti a controllare quella che ad occhi meno esperti, poteva sembrare una grave forma di Sindrome di Cushing, ma che nella realtà era una condizione molto più seria e non più controllabile. La causa della sua morte è riconducibile dunque ad un problema ghiandolare, la PPID, una disfunzione a livello dell’ipofisi, la più importante ghiandola endocrina dell’organismo, localizzata alla base del cervello, in grado di creare una connessione tra il sistema nervoso e il sistema endocrino (asse ipotalamo-ipofisario). L’ipofisi produce ormoni che regolano l’attività di altre ghiandole, tra cui la tiroide e le ghiandole surrenali.

L'ipofisi alla base del cervello controlla la secrezione ormonale delle ghiandole surrenali

La “semplice” disfunzione dell’ipofisi nella sua pars intermedia (iperplasia o ipertrofia), comporta un aumento in circolo dell’ACTH, l’ormone adenocorticotropo; l’intensa stimolazione delle ghiandole surrenali da parte dell’ACTH in eccesso comporta una over produzione di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali, ormone responsabile della sintomatologia tipica della Sindrome di Cushing. Pelo lungo, irsuto e secco che fa fatica a cadere durante la bella stagione, grave dimagrimento e perdita di tonicità muscolare, aumento della sete e della produzione di urine e nei casi più gravi laminite.

Generalmente la disfunzione dell’ipofisi e il conseguente aumento in circolo dell’ACTH possono essere controllati dalla somministrazione di pergolide, il principio attivo del Prascend@, l’unico farmaco oggi in commercio per il controllo del Cushing, e del Pergoquin@, un nuovo farmaco che a breve verrà messo in commercio qui in Italia dall’Acme.
La somministrazione di pergolide non serve ad ottenere una vera guarigione, ma solo a controllare la patologia, impedendo che i suoi devastanti sintomi conducano il cavallo su una strada di non ritorno. La somministrazione è infatti quotidiana per tutta la vita dell’animale e se si dovesse sospendere tutto tornerebbe come prima.
Nel caso di Exalma però la somministrazione del Pergolide non ha comportato nessun miglioramento della sintomatologia anzi, con il passare del tempo, la cavalla ha cominciato a manifestare altri sintomi di natura neurologica, che hanno insospettito la sua proprietaria. La cavalla era sempre più spenta, al rallentatore, mangiava pianissimo, cadeva spesso anche da ferma rialzandosi a fatica e aveva smesso ormai da tempo di rotolarsi o di riposare coricata. Non vi nego che non essendo la mia area di competenza mi sono sentita parecchio spaesata e ho avuto anche la sensazione, dopo aver letto quali fossero i rari effetti collaterali del pergolide, che potesse trattarsi di un intolleranza al farmaco. Ma una volta ripetuti gli esami del sangue ci siamo accorti che la situazione era molto più seria e ad essere sballato non era solo l’ACTH, molto più alto del normale malgrado la terapia con il pergolide, ma anche l’insulina, così alterata da non capire come la cavalla potesse conviverci.

Quando l’effetto del pergolide, anche ad alti dosaggi, non è in grado di controllare l’ACTH e si ha un quadro ormonale generale alterato, con anche un drastico aumento dell’insulina in circolo, bisogna sospettare che non si tratti solo di una ipertrofia o iperplasia dell’ipofisi ma di un tumore che la coinvolge, l’adenoma ipofisario. Siamo abituati a pensare che i nostri cavalli siano esenti dal flagello delle neoplasie, ma la verità è che le hanno, ma sono solo più camuffate rispetto alle nostre e in molti casi difficilmente diagnosticabili. 
L’adenoma ipofisario, oltre ad alterare la produzione ormonale della ghiandola, cresce in modo incontrollato andando con il tempo a premere sui centri nervosi alla base del cranio. Questo porta ad un lento peggioramento delle condizioni neurologiche del cavallo e infatti Exalma aveva un movimento molto rallentato, sembrava addormentarsi in piedi (narcolessia) rischiando di cadere in ogni momento e aveva un emiparesi del lato destro della testa, probabilmente dovuta ad un ictus o ad una compressione sui nervi cranici. 

Tipico aspetto di un cavallo con la PPID
Il grave deperimento di un cavallo anziano andrebbe sempre indagato con attenzione

Tra i sintomi della PPID (Pituitary Pars Intermedia Dysfunction), questo è il nome scientifico di questa patologia, ci può essere la sommatoria dei sintomi tipici della Sindrome di Cushing e di quelli della Sindrome Metabolica dovuti, appunto, all’aumento dell’insulina in circolo. Per questa ragione in alcuni casi, soprattutto se si tratta di cavalli giovani, i sintomi possono essere tali da non dare subito un quadro chiaro della condizione metabolica dell’animale. Tra i sintomi più evidenti e debilitanti c’è in prima posizione sicuramente un’alterazione del microcircolo a livello delle lamine (le strutture che uniscono le strutture interne del piede alla scatola cornea), causata dall’aumento del cortisolo, che porta il cavallo a sviluppare la laminite. Questo problema alle lamine di natura ormonale viene inoltre amplificato anche dalla presenza in circolo di elevati valori di insulina. 
Malgrado i casi di PPID siano parecchi, proprio a causa dell’aumento delle prospettive di vita dei cavalli, sono ancora oggi in buona parte sottostimati. Cavalli che ormai hanno finito la propria carriera e che manifestano un deperimento generale progressivo, spesso non vengono indagati adeguatamente, facendo rientrare il problema all’interno di una vasta area di problemi legati all’età che inevitabilmente con il tempo sono destinati a far morire il cavallo. 

Un cavallo narcolettico che tende ad addormentarsi in piedi

Ma nella realtà anche i cavalli arrivano a diventare vecchi in buone condizioni se curati adeguatamente, e un deperimento ingiustificato delle condizioni cliniche di un cavallo, andrebbe sempre ricondotto ad una patologia in corso. In molti casi i cavalli si possono curare, in altri casi non c’è una cura ma la patologia può essere controllata, come nel caso della Sindrome di Cushing, mentre in rari casi non c’è modo di fare poco o nulla per aiutare il cavallo. Questo è purtroppo il caso dell’adenoma ipofisario, che si può controllare con il pergolide in una fase iniziale ma che con il tempo tende ad aumentare di volume e a causare un quadro clinico devastante non più controllabile.
In più, gli alti livelli di insulina e la resistenza periferica all’insulina stessa comportano un alterazione del metabolismo dei grassi che tenderanno a depositarsi in quelle aree 

tipiche dei cavalli affetti da sindrome metabolica, come il collo (cresty neck), la base della coda e le spalle.
L’unico modo per diagnosticare con certezza un adenoma ipofisario sarebbe fare una Tac alla testa o una risonanza, ma si tratta di un esame molto complicato da eseguire sul cavallo da noi in Italia, sia per il costo che per la scarsità di macchinari dedicati anche alla diagnostica della testa dei grandi animali. Allora la diagnosi si fa essenzialmente facendo esami del sangue approfonditi e valutandoli in base alla sintomatologia. Nel caso si sospetti un problema di questa natura, avvalersi di un veterinario specialista in medicina interna che conosca bene le patologie metaboliche e la loro evoluzione può essere illuminante, sia sulla scelta della terapia che sulle prospettive per il futuro del cavallo. Eventuali terapie devono infatti essere impostate sempre in maniera oculata e bisogna avere ben chiaro che potrebbero anche non servire, soprattutto quando si tratta di un adenoma, specie se in fase avanzata.

Tra i sintomi più gravi c’è in prima posizione sicuramente la laminite cronica causata dall’aumento del cortisolo in circolo, che comporta un’alterazione del microcircolo a livello delle lamine (le strutture che uniscono le strutture interne del piede alla scatola cornea). Questo problema alle lamine di natura ormonale viene inoltre amplificato anche dalla presenza in circolo di elevati valori di insulina. 
I cavalli con un adenoma ipofisario, a meno che non sviluppino la laminite, non sembrano soffrire particolarmente anche se possono avere dei dolori di origine ortopedica.

Rotazione della III falange in caso di laminite cronica

Nei casi come quello di Exalma la qualità della vita non è più accettabile perché sono sempre in uno stato catatonico, rispondono poco agli stimoli e hanno una sintomatologia neurologica molto seria: cadono, si spaventano, si feriscono e con il tempo, letteralmente, si consumano. 
Malgrado Exalma non abbia mai sviluppato la laminite, abbiamo deciso con la sua proprietaria di addormentarla, per risparmiarle le sofferenze che avrebbe potuto provare se le fosse venuta o fosse caduta quando a casa non c’era nessuno per poterla aiutare a rialzarsi. La sua non era più vita, ma solo sopravvivenza. È stata una buona cavalla da corsa, ha vissuto buona parte della sua vita amata e coccolata in un ambiente protetto da tutto ciò che di male ci può essere oggi per un cavallo, ma purtroppo la malattia ha fatto il resto e poco altro si poteva fare per lei.
Mi auguro che Silvia avrà il coraggio di portare a casa un cavallo bisognoso per fare compagnia al suo amato Capitan Jet e a cui riservare le sue amorevoli cure.

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