In questi giorni mi sono imbattuta in una marea di post dedicati a Varenne e alla sua morte, avvenuta lo scorso 18 agosto a 31 anni. Per fortuna alla sua lunga e bella vita e non soltanto alla sua morte, tristissima di sicuro, ma pur sempre arrivata a un’età che per molti cavalli è un miraggio, soprattutto nelle buone condizioni in cui lui è riuscito ad arrivarci. Tra tutti questi post celebrativi ce ne sono stati moltissimi che mi hanno davvero commossa perché, in una società burbera come quella di oggi, vedere così tante persone dispiacersi e compiangere un cavallo, per quanto famoso, è davvero una bella cosa.
Inevitabilmente, però, mi sono imbattuta anche in altro. Ho letto diversi interventi, alcuni scritti anche da persone conosciute, nei quali sembrava esserci quasi la volontà di sporcare una storia che invece, almeno per una volta, potrebbe e dovrebbe rimanere semplicemente una bellissima storia.
Credo che l’intenzione fosse quella di fare delle precisazioni dettate dalla voglia di inserire qualcosa di “animalista” anche questa volta. Peccato che, almeno nella storia di Varenne, gli animalisti siano stati soprattutto quelli che per tanti anni si sono presi cura di lui come se fosse uno di famiglia. La parola che inevitabilmente è saltata fuori è stata “sfruttamento”. Ed è una parola sulla quale credo valga la pena soffermarsi, perché troppo spesso viene utilizzata come se il fatto stesso che un animale svolga un’attività per noi fosse sufficiente a definirlo sfruttato.
Nella mia vita mi sono imbattuta in diverse situazioni difficili, sia con Progetto Islander sia da sola, facendo il veterinario. Sono entrata in scuderie considerate bellissime e prestigiose nelle quali, dietro un’apparenza impeccabile, c’era ben poco che potesse essere definito vero benessere. Ho visto cavalli vivere costantemente chiusi in un box per uscirne quell’oretta al giorno, ma ho visto anche cavalli letteralmente dimenticati in paddock che sarebbero stati piccoli persino per delle galline, con solo fieno, acqua costantemente sporca e praticamente nessuno stimolo. Perché anche su questo credo sia necessario fare chiarezza: mettere un cavallo in un paddock non significa automaticamente garantirgli benessere.
Il problema è che dovremmo capire che per nessuno, a questo mondo, vivere è una passeggiata di salute e che, in un modo o nell’altro, dobbiamo tutti guadagnarci la pagnotta, cavalli compresi. I cavalli che alleviamo vivono con noi fin da puledri e si aspettano da noi cibo, acqua, riparo e cure, in cambio di un lavoro.
Ovviamente, se quel lavoro lo fanno con voglia, è meglio per tutti, e sta proprio a chi li gestisce e li lavora fare in modo che possano farlo volentieri e senza nessuna prevaricazione.
Credo ormai di conoscere bene i cavalli e posso dire di avere la certezza che un cavallo dimenticato al paddock, per grande che sia, possa fare una vita meno stimolante di un cavallo che fa sport venendo gestito come si deve. Questo non significa affatto negare che esistano moltissimi cavalli sfruttati proprio per lo sport: esistono, ne ho visti e credo sia fondamentale fare le giuste distinzioni. “Gestito come si deve” non significa semplicemente ben alimentato, ben allenato e curato quando sta male. Significa permettergli, anche mentre svolge un’attività sportiva, di continuare a vivere una vita da cavallo, nella quale abbia la possibilità di esprimere la propria personalità e i comportamenti propri della sua specie, di muoversi liberamente, di avere rapporti sociali con i suoi simili e nella quale vengano rispettate le sue esigenze etologiche oltre a quelle fisiche. È proprio qui, secondo me, che passa il confine tra utilizzare un cavallo per lo sport e sfruttarlo.
Per questo le polemiche su Varenne “sfruttato” mi fanno davvero sorridere, perché credo significhino che in molti parlano senza conoscere davvero questi straordinari animali, ognuno con il proprio carattere e ognuno con la propria personalità. I cavalli sono animali che si sono evoluti per correre, quindi correre è molto più nelle loro corde che saltare ostacoli o eseguire altre discipline che certamente in natura non farebbero, come ad esempio il dressage.
E non mi dite che il trotto è una forzatura, perché se conosceste i trottatori sapreste che quella è la loro andatura: loro trottano. Galoppare gli piace poco. Generazioni di selezione hanno reso questi cavalli sempre più predisposti a mantenere il trotto anche a velocità alle quali un altro cavallo passerebbe spontaneamente al galoppo. Non è quindi soltanto qualcosa che viene loro insegnato con l’allenamento: è una predisposizione che abbiamo selezionato nel tempo. Basta osservare un trottatore anche quando è libero per rendersi conto di quanto questa attitudine faccia parte di lui.
Naturalmente questo non significa che tutto ciò che facciamo fare a un cavallo da corsa sia automaticamente giusto. Significa semplicemente che correre non equivale, di per sé, a sfruttare. La differenza la fanno il modo in cui il cavallo viene allenato, gestito, curato e rispettato, ma la fa anche il cavallo stesso.
Oggi, grazie alla selezione, nascono moltissimi soggetti che hanno fisicamente i numeri per diventare grandi atleti.
Eppure i campioni veri rimangono pochissimi.
Avere un grande cuore, grandi polmoni, muscoli adatti e una biomeccanica eccezionale non basta: serve la testa, serve la voglia di farlo, serve quella componente individuale che chi lavora con i cavalli conosce benissimo e che è molto più difficile da misurare di un parametro fisiologico. I campioni sono campioni perché vogliono esserlo. Questo non significa attribuire loro ragionamenti umani, ma riconoscere che anche un cavallo ha motivazioni, preferenze, carattere e personalità.
Un’altra critica che ho letto a proposito di Varenne riguarda il numero enorme di figli che ha prodotto e, quindi, il numero di monte che ha fatto durante la sua carriera di stallone. Anche qui è comparsa la parola “sfruttamento”. Ma se leggessimo un po’ di libri sul comportamento e sull’etologia capiremo che per uno stallone fare le monte rientra tra i suoi bisogni primari, come mangiare, muoversi e socializzare con i propri simili. Durante l’attività agonistica non le fanno, per ovvie ragioni che non sto qui a spiegare, ma una volta ritirati per loro è sicuramente piacevole, un po’ come fare le fattrici per le cavalle.
E per quanto riguarda il tanto vituperato manichino, ci tengo a ribadire una cosa: a loro importa poco. Anzi, penso che lo gradiscano pure più di una cavalla vera, dato che il manichino non tira calci, mentre le cavalle in natura li tirano eccome.
L’immagine romantica dello stallone libero nel prato con il suo harem piace molto a noi esseri umani, ma non tutto ciò che ci appare naturale è necessariamente bello. La natura non è poi così perfetta.
Nel Purosangue inglese, per esempio, la monta naturale è obbligatoria ai fini della registrazione del prodotto nello Stud Book.
Per ridurre il rischio di incidenti durante la monta, nella pratica le cavalle possono essere contenute fisicamente, utilizzando balze e torcinaso.
A guardare quella scena con gli occhi di chi vuole umanizzare tutto, potrebbe sembrare molto più simile a “uno stupro in grande stile” che alla romantica riproduzione secondo natura. Ovviamente non ha senso attribuire al cavallo categorie umane come il consenso sessuale nel significato che gli attribuiamo noi, ma proprio per questo non possiamo utilizzare due pesi e due misure: considerare violento il manichino perché è artificiale e romantica la monta naturale semplicemente perché c’è una cavalla vera.
Se c’è un aspetto della riproduzione equina sul quale, personalmente, credo ci sia ancora qualcosa da rivedere, è semmai proprio questo. Tra le due situazioni, il manichino è probabilmente quella che mi crea meno problemi.
Considerando quindi la vita di Varenne, che per me è stato il Cavallo con la C maiuscola, faccio davvero fatica a vedere la storia di un animale sfruttato. Vedo un cavallo che ha avuto una carriera strabiliante, durante la quale è stato tifato e osannato al punto da diventare famoso anche tra persone che non avevano mai messo piede in un ippodromo. Ha corso fino a sette anni, poi quella carriera è finita ed ha iniziato un’altra vita. È andato al paddock ogni giorno per poi rientrare alla sera in un box extra lusso, è stato circondato dai suoi simili e ha fatto le monte.
Sembra assurdo doverlo precisare, ma gli stalloni sono spesso animali frustrati proprio perché sentono fortissimo un istinto che il più delle volte non possono esprimere. Lui, invece, di monte ne ha fatte tante, ha prodotto moltissimi figli e continuerà ancora per molti anni a comparire nelle genealogie dei migliori trottatori. Poi è invecchiato ed è arrivato a 31 anni, accudito e amato fino alla fine. Francamente, se questa deve essere la storia di un cavallo sfruttato, credo che dovremmo rivedere il significato della parola sfruttamento.
Alla fine credo che sia questo il punto che rischiamo di perdere quando affrontiamo il benessere animale attraverso gli slogan. Un cavallo che lavora non è necessariamente sfruttato, così come un cavallo che non lavora non è necessariamente felice. Un cavallo al paddock non sta necessariamente bene e un cavallo atleta non sta necessariamente male. Bisogna guardare quel cavallo: come vive, come viene gestito, come viene alimentato, quanto si muove, quali rapporti ha con gli altri cavalli, come viene curato, come reagisce al lavoro e, soprattutto, se qualcuno è abbastanza attento da ascoltare quello che comunica.
Varenne con la sua amica Minnie (foto di Sfetano Grasso)
I cavalli comunicano moltissimo. Il problema, semmai, è quante volte siamo noi a non essere capaci di ascoltarli.
Quindi sì, difendiamo i cavalli dallo sfruttamento, ma facciamolo quando lo sfruttamento esiste davvero. Non trasformiamo automaticamente una carriera sportiva straordinaria in una storia di sofferenza soltanto perché un cavallo ha lavorato, e non trasformiamo la riproduzione in una violenza soltanto perché a noi sembra poco romantico vedere uno stallone saltare su un manichino. Allo stesso tempo, non smettiamo di mettere in discussione pratiche che, anche se appartengono alla tradizione, possono essere migliorate. Essere dalla parte dei cavalli non dovrebbe significare essere contro lo sport, contro l’allevamento o contro chi con i cavalli lavora; dovrebbe significare cercare di capire cosa faccia realmente stare bene un cavallo.
Con la selezione moderna possiamo produrre tanti cavalli con numeri atletici impressionanti, ma di Varenne ce n’è stato uno solo. Perché il campione non è soltanto un insieme di caratteristiche anatomiche e fisiologiche: c’è qualcosa in più. Considerare questi animali semplicemente vittime inconsapevoli significa quasi considerarli stupidi.
E io non credo proprio che i cavalli siano animali stupidi.